Ochalea
Ice Green chiuse gli occhi per qualche istante, respirando a fondo e lasciando che la brezza marina gli riempisse il petto, mentre le onde che si susseguivano sulla battigia gli solleticavano i piedi . Erano tre settimane che camminava scalzo, o al piú con dei leggeri sandali. Aveva smesso le sue spesse vesti, scambiando la loro magica protezione con la libertá di movimento di una leggera tunica di cotone grigia. Immerso in un paesaggio di una bellezza quasi surreale, la vista che aveva davanti lo ripagava di ogni ora passata sul dromone Thyatiano per giungere a Beitung, la capitale del Mandarinato di Ochalea. Come sembravano distanti, ora, quei giorni. La tempesta che li aveva mandati fuori rotta, dritti in mezzo ad una flottiglia Alphatiana, le fiamme, gli incantesimi, la fuga, grazie ai venti da lui stesso comandati....
La chiamata, inaspettata, era giunta in un momento difficile per le popolazioni di Karameikos e Thyatis. Si erano appena riuniti agli elfi in fuga, lui, Moran, Fearingel e Hierax. Avevano combattuto al fianco degli esuli del regno perduto di Alfheim, e neve e vento gelido erano stati compagni tanto fedeli, che gli attacchi delle bande di umanoidi da Est, dei non morti da Ovest, degli elfi scuri e delle mostruositá che infestavano Aengmor da Nord erano quasi i benvenuti, se non altro perché gli permettevano di scaldarsi un pó combattendo. Ice ricordó con un sorriso la faccia oltraggiata di Moran quando aveva espresso quel commento a voce alta. Il Darokiniano doveva imparare a rilassarsi, o il suo fegato ne avrebbe risentito, pensó il mago; facile dirlo, ora, col sole che gli scaldava la schiena, lontano da fame, guerra, malattia. Nel cuore dell' inverno gli attacchi erano diventati tanto frequenti che solo l'arrivo di altri avventurieri pagati dalla cancelleria di Darokin aveva consentito loro di sopravvivere. Avevano affrontato orchi e giganti al crepuscolo, spettrali sagome di fantasmi nel cuore della notte, bestie selvagge di ogni genere e taglia, e persino un Drago Bianco che era lungo dalla coda alla punta del muso irto di corna due volte e mezzo il loro carro di vettovaglie. Voci di un aggravarsi della terribile pestilenza che aveva colpito Freiburg ed i possedimenti degli Heldann li avevano raggiunti per la lunga via che passava lontano da Alfheim, inabitabile, e Glantri, invasa dagli umanoidi di Thar. Nel giro di un mese, il vago sospetto che qualcosa stesse aizzando tutte quelle creature contro di loro divenne quasi una certezza. Il nome di Lord Hedric ed il suo spettrale castello, non lontano sui monti Cruth, gli era tornato spesso alla mente. Poi una sera, non lontano da Selenica, una figura avvolta in pesanti vesti li aveva raggiunti al crepuscolo.
"Ah geh-soont dear en poohp-ik..."
"E buona salute a te, amico Efy" gli aveva risposto Ice, lasciando trasparire per un attimo il suo accento Istadruntiano
Il guerriero era stato fatto passare dalle guardie elfiche della carovana e, dopo un breve saluto, aveva detto
"Porto nuove di Frennon. Non buone, purtroppo. Amico mio, dobbiamo parlare in privato"
Ice ricordó con una punta di amarezza come avrebbe preferito che le prime parole che scambiava nella sua lingua natale da anni ed anni fossero state per scambiarsi buone notizie e ricordare i vecchi tempi. Frennon Almagell, il suo mentore e maestro di vita, era sparito. Queste erano state le notizie recate dal suo amico.
Era successo tutto in un attimo. Efy e Leanora erano fuori dalla casa-rifugio, intenti a riportare le bestie nel recinto prima della sera, aiutati dai tre folletti che custodivano la cascata presso la quale avevano lascito che Frennon, quasi cinquanta anni prima, costruisse la sua magione. All'improvviso avevano sentito un pesante ed innaturale torpore scendere su di loro. Efy era stato l´ultimo a cedere, sebbene solo di pochi istanti, e prima di crollare a terra e perdere conoscenza aveva visto un uomo, dai lineamenti esotici, coperto da una veste leggera ed adorno di strani monili. Una spettrale luce viola ne circondava la figura. Lo aveva degnato di uno sguardo, sorridendogli, prima che il buio avvolgesse del tutto la mente del guerriero. Dovevano aver dormito a lungo, poiché al loro risveglio le stelle stavano per lasciare di nuovo il posto al sole. Stranamente, non avevano sentito freddo.
Capimmo subito che qualcuno doveva averci protetti, e non era stato Frennon. Dopo quasi dodici di sonno all´aperto saremmo dovuti morire assiderati, eppure, sebbene fossimo coperti da sei pollici di neve fresca, non ci eravamo congelati
Almeno fino a casa di Frennon, Ice ci sapeva arrivare con la magia. Senza troppe spiegazioni, a parte una lettera lasciata nella tenda di Hierax, Ice aveva fatto i bagagli e, con un incantesimo, lui ed Efy si erano ritrovati nel cortile della casa dove era cresciuto, vicino alla vasca di pietra. Esattamente come la ricordava, a parte la spessa coltre di neve che, in ogni direzione, ne modificava la linea. La magia del Piccolo Popolo unita a quella di Frennon pervadeva ogni sasso ed ogni filo d´erba. Per i sensi di Ice, ora sviluppati appieno, era una sensazione inebriante. E tuttavia, al di sotto di quella magia tanto familiare, ne percepiva un altra, debole, quasi estinta, insolita, e stranamente inquietante, come una canzone sentita tanto tempo prima, le cui note sovvengono alla mente ma che la voce non riesce ad esprimere.
Aveva frugato in ogni angolo ella casa, e per centinaia di metri intorno, cercando un indizio che potesse dirgli dove fosse il suo maestro. Aveva chiesto ai folletti del fiume, della cascata, della foresta, se avevano notato qualcosa di strano. Aveva sorvolato la zona ed usato magia ed istinto alla ricerca di una traccia. Infine, una pista era emersa. Sabbia, fine, rosa, al centro dello studio, tra le crepe delle pietre del pavimento. Delle bucce di strani semi nelle ceneri del camino. Delle vesti piú leggere nell'armadio, tessute di una strana seta bianca. Un luogo caldo, lontano, verso sud...ma dove? Gli appunti di Frennon erano criptati, e gli ci vollero diversi giorni per riuscire a capire cosa contenessero. Gli elfi non ne sapevano molto di piú, sebbene fosse chiaro che il Maestro era impegnato in qualche studio che lo portava lontano e di frequente. Efy e Leanora non ci avevano fatto caso, poiché da oltre un anno conducevano una vita indipendente in un ala separata della casa. La cosa, per Ice, era molto strana. Leanora ed Efy, rispondendo alle domande di Ice, iniziarono a ricordare come, a differenza di loro due, la pelle del mago si fosse gradualmente scurita. Sembrava di buon umore, in buona salute col suo colorito abbronzato, e niente affatto in pericolo. Almeno, non fino al giorno della sua sparizione. Ice non era riuscito a restringere il campo, fino al giorno in cui un piccolo ragno dall'addome tigrato gli si era calato davanti alla faccia. Una specie strana, esotica, rara, non di questo continente. Lo catturó subito e, dopo pochi giorni di ricerche, ed un pericoloso viaggio alla biblioteca centrale di Thaytis, ottenne la risposta che cercava. Migale Tigrata Nana, una specie originaria delle isole delle Perle e di Ochalea.
Perfetto, ora si che sono tranquillo! pensó sbattendo il pugno sul leggio.
Ochalea e le Isole delle Perle, la piú recente secessione dall´Impero di Thyatis. Senza meno opera di qualche Immortale che cercava di indebolire l´Impero a favore di Alphatia. Perché il maestro era andato lá? E chi era quell´uomo che Efy aveva visto prima di addormentarsi? Chi era il rapitore (se di rapimento si trattava) che era riuscito a sorprendere un mago potente come Frennon, ma che al tempo stesso si era disturbato a lanciare uno Scudo magico per proteggere dagli Elementi Efy, Lea e i folletti? Come giungere ad Ochalea?
Ed eccoci qua.
Quasi un anno e mezzo che non ci ritrovavamo tutti insieme. Oddio, "tutti insieme" ancora no, manca Fëaringel. Ma qualcosa mi dice che rivedremo presto anche lui.
Quasi un anno e mezzo che non vedevo Hierax. Non è cambiato molto. Sempre la solita aria imperscrutabile, ancora più accentuata, semmai. Dalle lunghe ore di meditazione passate a Khalpen, probabilmente.
Quasi un anno e mezzo che non entravamo in questo giardino e non salivamo queste scale, interminabili. La porta dello studio dell'Arcinquisitore. La penombra accogliente e al tempo stesso sottilmente inquietante.
Avevo un po' paura di questo colloquio, lo ammetto. Dopo l'ultima missione, da quella volta del Basilisco, siamo praticamente spariti. Oh, con motivazioni più che buone, certo. Ma Nemrodus non è il tipo da lasciare che ci si serva della sua organizzazione come di una locanda. Ci ha dato molto, e molto ha chiesto in cambio. Eppure, il suo tono è dimesso, colloquiale, come se fossero passati pochi giorni dall'ultima volta che siamo stati qui.
- Vi trovo bene, ragazzi. Tu, Hierax, sei in ottima forma. Moran, ho saputo che finalmente siete riusciti a ricacciare gli Huleani oltre i confini di Darokin. E tu, Ice Green... sembra che le cose vadano bene anche a te, non è così?
- Grazie, Eccellenza. Non ci possiamo lamentare.
- Eh, ne stanno succedendo di cose, nel vasto mondo... ho un po' nostalgia di quando mi venivate a trovare più spesso e mi portavate notizie interessanti. - Oh, oh, ci siamo. - Cosa volete, sono un povero vecchio, sempre chiuso tra queste quattro mura, se non viene qualcuno a raccontarmi cosa accade...
Bene, adesso ci dice cosa vuole che facciamo per lui. D'altra parte, siamo qui per questo.
- ...però ogni tanto qualcosa vengo a sapere anche io. Già. Per esempio, di cosa è successo o sta succedendo nella foresta di Canolbarth. Voi due - si rivolge a me e Ice - probabilmente già ne avete sentito parlare. Tu Hierax, eri lontano, invece, quando è iniziata questa storia.
- Eccellenza, ho sentito qualche storia, da quando sono arrivato. E naturalmente ricevevo le Vostre lettere, al monastero.
- Allora ne sai abbastanza per seguire il discorso. Alberi morti, creature mutate, piogge di cenere. Il reame elfico quasi distrutto, la popolazione in fuga. Orde di mostri ovunque. Sì, proprio una brutta faccenda. Il genere di faccenda su cui bisogna saperne di più.
Ci guarda, uno scintillio degli occhi verdi dietro le fessure della maschera. Inizio a capire il perché di questa convocazione proprio ora.
- Naturalmente non posso chiedervi di andare laggiù a indagare di persona. È un posto brutto, davvero molto brutto ora. Ma ci sono dei modi in cui potreste raccogliere delle informazioni... se voleste essere così gentili verso un vecchio amico...
Ci guardiamo di sfuggita, non c'è bisogno di consultarci. Eravamo già d'accordo prima. Siamo qui per ricomporre la squadra, e quale sarà la missione importa poco.
- Eccellenza, faremo del nostro meglio.
- Ve ne sono grato, tanto grato davvero. Faccio portare una tazza di tè, intanto che vi espongo i dettagli? Bene. Allora, entro pochi giorni ci sarà un incontro diplomatico ad alto livello, in un luogo che conoscete molto bene...
Nella piccola comunitá di Trintán, Gúy De Kere se ne stava seduto su una gigantesca sedia a dondolo, i fogli delle memorie che era intento a scrivere tenuti sul tavolo da un fermacarte di cristallo. Gúy, un uomo minuto rispetto ai suoi fratelli, era peró l'unico praticante della magia degno di questo nome nel villaggio. La sua abilitá nell'evocare creature aveva reso alcuni dei lavori piú faticosi una storia del passato; questo, piú il suo temperamento gioviale e la sua acuta intelligenza lo avevano reso, sebbene non ufficialmente, il vice-sindaco del villaggio.
Osservava da sopra una delle pagine che teneva in mano le le possenti pietre del mulino ad acqua, una delle costruzioni piú famose del sud di Glantri. Al suo interno si trovavano le mole che macinavano i cereali, ma non solo. Le sei pale ad acqua, ognuna alta come due uomini adulti, azionavano delle seghe che tagliavano il legname per la vendita, ed i soffietti per la forgia dell'acciaio nell'altoforno. Anche da laggiú poteva sentire chiaramente la ritmica cadenza dei martelli sulle incudini. Era il vespro, e presto il fabbro, il carpentiere ed il mugnaio sarebbero passati da lui per la solita chiacchierata serale, alla fine della giornata di lavoro. Forse avrebbe aperto quella bottiglia di rosso di Nuova Alvár...
Quell'estate, nel sud di Glantri, prometteva di essere una vera delizia. La nube di cenere era ormai svanita, spazzata via dai venti evocati dai maghi della capitale, e la guerra sembrava cosí lontana... Solo poche settimane prima, sul finire della primavera, dei mercanti avevano riferito, passando per Trintán, che gli Heldann si erano uffcialmente alleati a Thyatis, ratificando un impegno che avevano mantenuto ufficiosamente per tutto l'anno passato. Certo, Freiburg era ancora sotto assedio, ma presto le orde del Khan si sarebbero stancate, e se ne sarebbero tornate a casa.
Guy chiuse gli occhi, e lasció che la brezza del Sud portasse l'aroma delle vigne, dei castagni, del fieno, alle sue narici. Li spalancó di colpo, quando la stessa brezza portó un dardo di balestra fino al suo ginocchio, inchiodandoglielo alla sedia. Lanciando un urlo di dolore, il mago cercó di capire quello che stava succedendo. Un'asta di legno, dalle penne nere, ancora vibrava nella sua gamba. Cercando di reprimere le ondate di dolore che lo assalivano, Guy provó a liberarsi, senza successo. Delle urla provenivano dalla forgia. Degli strepiti, il cozzare di armi, un esplosione, poi le parole di un incantesimo, infine un'altra esplosione, ed il fumo e le fiamme si levarono dalla forgia. La Paditte, il fabbro, uscí di corsa dalla porta, spada in mano, il viso mezzo bruciato, il grembiule di cuoio zuppo di sangue. Due, tre, quattro frecce comparvero nella sua schiena, in rapida successione. L'uomo ruzzoló in avanti, per finire ai piedi di De Kere, morto. Dalla forgia sbucarono una mezza dozzina di creature. Alte come un uomo, ma robuste come orsi, la loro pelle grigia e spessa era protetta da rozze cotte di maglia. In testa avevano elmi mostruosi, ed in mano tenevano lance corte e pesanti, ed archi di corno. Il loro viso, ferino, bestiale, ne tradiva senza ombra di dubbio l'origine.
Orchi! - mormoró, terrorizzato, De Kere. Cosa ci fanno qui degli orchi? Le Terre Morte sono almeno a due giorni di cavallo!
Il gruppo di predoni lo oltrepassó di corsa, senza badare a lui. Dopo di loro, da ogni direzione, ne arrivarono altri. Trenta, quaranta, forse cinquanta in tutto il villaggio. Da dove stava, De Kere sentiva le urla di terrore e agonia, le grida di panico che provenivano dal villaggio. Alla fine, una delle squadre di saccheggiatori si accorse che era ancora vivo. Fecero cerchio intorno a lui, sogghignando al pensiero del divertimento che li aspettava.
De Kere raccolse le forze che gli rimanevano ed inizió ad evocare una creatura. Gli orchi non capirono se non troppo tardi, quando un centopiedi lungo come un coccodrillo si materializzó dal nulla, in un lampo di zolfo e fiamme, ed attaccó l'orco piú vicino. Presi dal panico, gli altri scapparono, poco prima che la creatura evocata fosse richiamata al suo piano di origine.
Forse c'era ancora qualche speranza. Se fosse riuscito a rimediare a quella ferita, De Kere avrebbe potuto salvare il villaggio, o almeno quanta piú gente posibile. Quell'attacco era assolutamente inspiegabile. Aveva sentito dire storie sul Grande Orco, Thar, e sulle migliaia di umanoidi che si ammassavano al confine delle Broken Lands, ma pensava fossero solo storie. Le Broken Lands erano state distrutte dai frammenti della pioggia di fuoco l'anno prima, dovevano essere morti tutti, o quasi, da quelle parti. E Glantri, una nazione di maghi, come pensavano di attaccarla? Sarebbe stata follia pura... forse quello era solo uno sfortunato raid, ma perché non era giunto nessun avvertimento? Cielo! - pensó in preda al panico, scorreria o invasione, per le genti di Trintán non cambia nulla! Saranno morti tutti prima di notte, i fortunati...
De Kere estrasse il dardo dalla ferita. Forse era avvelenato? Non sembrava, e a parte i dolore per il danno al ginocchio, non sentiva altri effetti. Zoppicó verso casa, oltre il corpo di La Paditte, e rovistó tra i suoi cassetti. Ne aveva una, pronta per un esigenza del genere. Una pozione che lo avrebbe curato del tutto. Usando quella, e la sua bacchetta, avrebbe rovesciato le sorti della battaglia. Stava per ingurgitare il contenuto della pozione quando una mano grande come il corpo di un uomo entró dalla finestra e lo tiró fuori in una pioggia di schegge e frammenti di vetro.
De Kere si ritrovó faccia a faccia con un orco, ma piú alto e piú grosso di qualunque orco avesse mai visto. Lo teneva in mano come fosse una bambola di pezza, fissandolo con occhi gialli, senza pupilla, pieni di una intelligenza maligna e crudele. La sua armatura di maglia brunita, le sue armi decorate, il mantello dai colori sgargianti: quello non era un orco comune. Era un signore della guerra, un capo-tribú, un comandante. Nella sinistra teneva una gigantesca mazza chiodata, la cui testa era sporca di sangue e frammenti di ossa. La mano destra, che teneva De Kere imprigionato in una morsa di ferro, era coperta da un bracciale di metallo nero come la notte, percorso da riflessi sanguigni.
De Kere si preparó alla morte. Ormai non c'era piú nulla da fare, per lui, per Trintán, per i suoi abitanti. Pensó a tutta la bellezza e felicitá che avevano riempito i suoi occhi negli anni che vi aveva trascorso, e inizió a piangere. La morte si fece annunciare da uno strano gelo. Nel mezzo dell'estate piú calda che ricordasse, la temperatura, rapidamente, precipitó. Anche l'orco sembró perplesso. Senza allentare la presa, si guardó attorno cercando di capire perché i suoi sensi lo stessero mettendo in guardia contro una minaccia ancora nascosta.
Poi prese a nevicare. Piccoli fiocchi soffici si adagiarono sul braccio dell'orco, sul prato, sulle case.
De Kere liberó una mano dalla stretta dell'orco, e la avvicinó al volto per ammirare quella bellissima neve di giugno.
Che strano, - pensó, - i cristalli... sono verdi...
Il governatore Theophilo Magentius, si affacció agli spalti di Biazzan. Il pomeriggio era giá finito, e la fredda sera stava scendendo sulla sua cittá. Un sottile strato di neve si era accumulato sulla pietra delle mura.
Megentius aveva vissuto a Biazzan, servendo l'Impero in quella posizione, per piú di quindici anni, ed era arrivato ad un passo dalla promozione. Sarebbe potuto diventare un importante, e ricco, funzionario diplomatico, di lí a poco. Avrebbe potuto passare gli ultimi anni della sua carriera a godersi una posizione di prestigio in una delle cancellerie dell'Impero, nonostante la guerra con Alphatia.
Il suo sogno era svanito in una sola notte. Stava leggendo i rapporti che si erano accumulati sulla sua scrivania, come faceva ormai da settimane. La guerra lo costringeva a lavorare fino a tardi, rispondendo a lettere e leggendo un'infinitá di resoconti. Freiburg era ancora sotto assedio, diceva un rapporto, e le cose non si mettevano bene per i cavalieri Heldann. La cosa non sorprese il governatore per niente. La faida era iniziata meno di due anni prima, con un incidente in territorio del Gran Khan. Un gruppo di missionari, se cosí si potevano chiamare dei preti coperti da corazze d'acciaio ed armati di spade lunghe quanto un uomo, erano stati trovati pieni zeppi di frecce. Il governo del Khan aveva negato tutto, ma la cosa non aveva certo messo il cuore in pace ai Paladini e il Gran Maestro Von Klagendorf non se lo era fatto ripetere due volte. Il tempo di radunare un po' di informazioni, e l'estate successiva i Falchi da Guerra dei Cavalieri avevano sbarcato interi battaglioni dii cavalleria pesante in territorio Ethengar, uccidendo ogni uomo, donna e bambino sulla loro strada. Non lo sapeva quasi nessuno, ma il casus belli non era stata l'uccisione dei cavalieri in estate, quanto l'incompetenza del loro capitano, che si era fatto un punto d'onore di sbeffeggiare ed insultare ogni singolo Ethengariano incontrato per la sua strada. Dire che se l'era andata a cercare era dire poco, e alla fine un gruppo di giovani cavalieri delle steppe aveva deciso che la misura era colma, ed in un attacco a sorpresa aveva ridotto a puntaspilli il Capitano e la sua truppa di zelanti paladini di Vanya.
Anche se la rappresaglia degli Heldann era stata veramente smisurata rispetto all'offesa subita, Magentius restó comunque sorpreso quando arrivarono le prime notizie dell'invasione. Reputava il Gran Khan un uomo cauto, e poco interessato, in quel momento, a mettersi contro gli Heldann. Ci doveva essere l'istigazione di sua Maestá, la Saggia Eriadna, dietro un attacco lampo cosí ben riuscito. Oppure era stata semplicemente la nube di cenere che si era levata da Darokin a spingerli fuori dai loro territori, chi poteva saperlo...
Nei Possedimenti Heldann, le armate del Khan avevano distrutto diversi ponti strategici, e nell'inverno inclemente, la pesante cavalleria dei guerrieri del nord aveva il suo daffare ad inseguire i piú agili e leggeri cavalieri del Khanato. Freiburg sarebbe durata molti mesi, anche contro il migliore degli assedianti, ma non poteva resistere in eterno. Quello era proprio un brutto inverno, per l'Impero. Dopo gli Heldann, alleati informali di Thyatis, era stata la volta del castello di Redstone. Alphatia si era presa West Portage quasi un anno e mezzo prima, soprendendo una Thyatis fiacca e svogliata, corrotta e guidata da generali incompetenti. Il culto di Vanya aveva poi ripreso piede nella cittá, i giochi di gladiatori si erano moltiplicati, i venditori del frutto Zoonga erano stati arrestati e trucidati e l'entourage della bellissima Helena Ledamiades si era dato ad una conveniente clandestinitá. Un vero peccato, perché di quelle feste si raccontavano cose dell'altro mondo, aveva pensato il governatore mettendo un sigillo di ceralacca ad una lettera. Beh, Redstone era una fortezza quasi imprendibile, il bastione dell'Impero sull'Isola dell'Alba. Anche Alphatia si sarebbe dovuta prendere una bella pausa ed organizzarsi per un lungo e costoso assedio, prima di poter conquistare quella cittá. Le cose si mettevano sempre peggio per l'Impero, ma Magentius era ancora convinto che si sarebbero risolte in suo favore. Era a Biazzan, il ricco confine con gli Emirati di Ylaruam, e non aveva nulla da temere da un'accozzaglia di barbari e nomadi che preferivano passare il tempo a scatenare faide familiari.
Poi, quell'inverno, era arrivato il Profeta. O meglio, un profeta. Tra le sabbie del deserto, tra colpi di calore e sete, pensava Magentius, non doveva essere difficile darsi a deliri mistici. Sfortunatamente quel profeta era diverso. Era fortunato. O molto in gamba, o entrambe le cose, o forse aveva degli amici potenti, anche questo, forse, non lo si sarebbe mai saputo. Aveva unito in un tempo incredibilmente breve diversi clan grandi e piccoli, in una coalizione che, si sapeva, non sarebbe durata un anno. Piú che sufficiente a fare danno, purtroppo. La loro filosofia sembrava ricalcare le orme del culto dell'eroe Al-Kaleem, ed il suo sogno di trasformare le sabbie degli Emirati in un giardino fiorito, ma era allo stesso tempo un credo fanatico, passionale e brutale, volto alla conquista ed all'espansione. Chissá cosa era stato promesso loro se avessero preso una, due, tre cittá dell'Impero. Bottino? Gloria?
I seguaci del "Giardino del Deserto" avevano oltrepassato le montagne a tempo di record, e avevano preso la cittá di Fort Nikos in una sola notte. Il comandante, suo figlio, aveva preferito arrendersi piuttosto che essere la causa di uno spargimento di sangue. Ora quegli sciacalli erano alla sua porta. I profughi di Fort Nikos domandavano acqua e riparo, nel cuore dell'inverno, ed il morale delle sue truppe era sotto terra. Se avesse decretato la resa, probabilmente, non sarebbe morto nessuno. Almeno, quasi nessuno, o non per causa delle armi. Fame e freddo avrebbero mietuto molte piú vittime delle curve spade giunte dal nord. Se invece avesse deciso di combattere, in molti sarebbero morti, e la cittá sarebbe probabilmente caduta lo stesso. L'Impero, tuttavia, non si sarebbe ritrovato con un nuovo nemico a due passi da casa, e la sua carriera politica, se fosse uscito almeno in pari dallo scontro, ne avrebbe beneficiato. Quante vite valeva la sua gloria? Quanti soldati gli sarebbe costato quel posto di Diplomatico? E non era la guerra, dopotutto, a domandare sacrifici? Con un discorso ben ispirato avrebbe potuto di certo convincere i suoi a resistere, almeno fino all'estate, o all'arrivo dei rinforzi da Thyatis. E se la coalizione di nomadi si fosse sciolta nel frattempo, come la neve che si era accumulata sul parapetto...
Sono solo barbari, dopotutto... disse, spazzando via la neve dal parapetto con un colpo di mano. Si avvolse nella sua pelliccia, e si avvió rapido verso il mastio.
Ottobre...
- Parla pure, Stahler. Siamo soli.
- Sì, mio Signore.
I due Nani, coperti di scintillanti cotte di oro e argento, si fronteggiavano. Erano in piedi, nel mezzo di una sala grandiosa, un ottagono di marmo grigio e bianco, sorretto da pilastri fitti di nervature. In ogni pilastro, quattro alcove contenevano le statue degli ultimi Re dei Nani della famiglia Everast. La luce che illuminava i due nani, fioca ma costante, sembrava provenire dalle lame delle asce di pietra delle statue.
- I nostri sacerdoti sono tutti dello stesso avviso, il Grande Artefice ha parlato loro in sogno, a tutti loro, e il responso é unanime: il mondo sta impazzendo, per metterla in quattro parole.
Il Re non commentó.
- Il Sommo Artefice ci ha avvertiti, le cose miglioreranno, ma molto prima di migliorare, peggioreranno - proseguí il generale.
- I nani non rifuggono certo la guerra - disse il Re. Non poteva esimersi dal fare un commento del genere, a ben guardare.
- Non si tratta SOLO di guerra. Folli stregonerie sono all'opera nei regni degli umani. Nelle foreste che confinano col nostro regno, nei cieli oscurati dalla nube di cenere incandescente, e nelle acque che le nostre genti bevono. Presto, creature mostruose vagheranno libere per la terra. Siamo stati avvertiti: gli umani non si fermeranno di fronte a NULLA per vincere questa guerra.
- Allora non vi é scelta. É deciso. Faremo ció che é giusto, e ció che ci riesce meglio.
- Sì, mio Re. Il Senato aspetta solo il vostro ordine-
- Andremo nelle profonditá. Prepara l'editto...
Novembre...
Nella tenda da campo, fredda e spartana, Moran scrutava rapidamente la lettera in codice alla luce di un braciere. Anche decodificata, si traduceva in un breve messaggio in Thyatiano, pieno di abbreviazioni e sottocodici.
Kata kímbas... mormoró il darokiniano. Il messo aspettava una sua risposta, mentre un cerusico gli bendava una ferita alla coscia. Presso le grotte, sotto la terra... incredibile.... Rilesse la pergamena un altro paio di volte per assicurarsi di aver capito bene il messaggio, poi la gettó sul fuoco, dove si accartocció in un istante. Alla sua scrivania, improvvisata su uno scudo da assedio appoggiato tra due sassi, Moran compiló in codice una breve risposta.
- Milord? - disse il messo, poggiando il suo peso sulla gamba ferita per saggiarne la resistenza. Era un soldato, non un postino, quello. Riflessi pronti, coraggio da vendere, abilissimo cavallerizzo, disposto a tutto pur di far arrivare i messagggi oltre le linee nemiche. - Io sono pronto - disse.
-Bene... Consegna la lettera al Cancelliere della cittá di Darokin in persona, e a nessun altro. Ha il mio sigillo sopra, dovrebbe bastare. Puoi andare appena te la senti, ma non piú tardi di domani notte, quando leviamo il campo.
- Sì milord.
- Ottimo lavoro, soldato. Va pure a riposarti ora, te lo sei meritato.
- Sì signore.
- Bene... ora, la mia armat...
- Lord Moran! - gridó un sergente, irrompendo nella tenda.
- Parla, svelto! - Moran fece cenno al paggio di sbrigarsi con le cinghie della corazza.
- I nomadi del deserto. Devono aver incontrato una compagnia di Karameikos prima del previsto, stanno ripiegando, e la loro via é esattamente attraverso questa valle!
- Quanti sono? - Moran ODIAVA visceralmente mettersi la corazza. Si sentiva impacciato, e per nulla al sicuro.
- Tre ad uno, Signore. Saranno qui tra meno di un'ora.
...una banda di predoni, staccatasi dal corpo principale...
- Richiama tutte le guide, subito! Prepara gli arcieri, ripiegate sul crinale, da ambo i lati. Avanzate a monte del campo, non devono vederlo finché non é troppo tardi! Duecento passi a nord, venti uomini sul lato nord, apriranno il fuoco per primi, per attirare la loro attenzione. Appena reagiscono o cercano di risalire il crinale, i trenta sul lato sud apriranno il fuoco a loro volta. Lascia tutti i fanti qui al campo, con le provviste ed i civili. Se raggiungono uno dei due schieramenti, rompete le righe degli arcieri e caricate al'arma bianca, chiaro?
- Sì signore! - disse il sergente, catapultandosi fuori.
- Ricordi quando ho detto che potevi andare appena stavi comodo? - disse Moran al messo. Il paggio aveva finito di allacciargli la corazza al petto e stava procedendo con gli schinieri. Moran lo congedó con un gesto impaziente. Aveva giá troppo ferro addosso. - Beh, cambio di programma: prendi un cavallo fresco e VOLA fino a Darokin City!
- Sì, Milord. Buona fort... -
- CORRI, DANNAZIONE! - lo congedó Moran allacciandosi il cinturone della spada, e afferrando l'arco. Il messo si dileguó, un pó zoppicante. Uscendo dalla tenda, Moran vide il sergente impartire gli ordini. C'erano dei piccoli errori qua e lá nelle manovre. Una faretra dimenticata, un cavallo a spasso, qualche soldato che non sapeva dove andare, ma non c'era modo di fare di meglio.
A Lord Moran,
Conte della Lama Ardente di Corran Keep,
Attaché senior dell'Ambasciata di Darokin a Ierendi
Signore, devo confermare, con stupore e rammarico, tutti i rapporti preliminari dei miei predecessori. Il Regno di Rockhome ha interrotto ogni rapporto diplomatico con i suoi vicini. Ha espulso tutti coloro che non avevano la piena cittadinanza, ovvero coloro che non appartenevano ad alcuna delle stirpi dei Nani, e ha condotto i suddetti profughi, tra cui anche personalitá di spicco degli Emirati e dell'Impero, alla frontiera Ovest, senza alcuna spiegazione. Spie ed avventurieri ingaggiati appositamente hanno riferito due fatti salienti. Alcuni corrieri di Rockhome si sono diretti di gran fretta verso le piú importanti comunitá di Nani dei regni vicini. Nelle settimane successive, diverse carovane di Nani si sono dirette alla volta di Rockhome, e nessuno le ha piú viste. Il secondo fatto é che le sale del regno dei Nani, anche le piú interne, sono del tutto deserte. Dalle case dei mercanti a quelle dei Senatori non é rimasto nulla se non le pareti. Non una sedia né una moneta d'argento é stata lasciata indietro. Gli accessi alle miniere sono stati sigillati, e cosí i cancelli principali delle cittá, che sono ora luoghi desolati e deserti. Vi contatteremo a breve con un nuovo rapporto alla cancelleria del Regno, ma le istruzioni preliminari sono di recarsi immediatamente a Darokin per essere preparati ad una missione diplomatica a Rockhome. In virtú della vostra conoscenza di lingua e cultura del popolo dei Nani, siete il candidato ideale.
In fede,
H.Halloran.
Diplomazia! - pensó Moran, con un ghigno sulla bocca. Avrebbe dovuto contattare Ronald, e presto... - ma non adesso. Adesso c'é del lavoro da fare, ci sono dei cani del deserto da ammazzare...
L'autunno era arrivato presto presto quell'anno. Troppo presto, pensó l'elfa. Negli occhi ambrati si leggevano la tristezza e la rabbia di chi vedeva la propria terra violata ed offesa. Una foglia secca si fermó sulla sua pelle. Volando via, lasció una piccola impronta. Tutto intorno, un sottilissimo strato di cenere si era gradualmente depositato. Siamo solo a settmebre, non é normale... pensó, avanzando con la spada in pugno. Si fermó sulle rive di un piccolo lago. Le acque, un tempo trasparenti, erano state oscurate dalla cenere, solidifcata in una fragile crosta. Senza luce, le piante erano morte, sul fondo delle acque. Il tanfo della decomposizione che ne proveniva costrinse l'elfa a recitare una breve formula, un semplice incantesimo per rafforzare la propria tempra.
Mancano pochi minuti al tramonto. Devo sbrigarmi, o sono perduta, si disse, accelerando il passo. Saltó di sasso in sasso sulla riva fangosa. La cotta di maglia che indossava, brunita e ben oliata, quasi non faceva rumore. Sotto un cielo giallo e sporco, Melpomenia raggiunse il lembo di terra che collegava la riva ad un piccolo isolotto. La strada era fatta di fango e sassi, ed emergeva solo alla fine dell'estate, per pochi centimetri fuori dalle acque. Avanzare era faticoso, specie in quell'afa. Le canne che crescevano ovunque le impedivano di vedere dove metteva i piedi. Almeno se c'é un arciere non mi vedrá arrivare, bisbiglió, cercando di darsi sicurezza. Impronte. Un corpo trascinato nel fango, doveva aver scalciato parecchio. Uno stivale. Il SUO stivale. Non si erano nemmeno preoccupati di recuperarlo. Chiunque li avesse presi, non aveva paura di essere inseguito, o aveva una fretta dannata. Melpomenia si fermó al limitare del canneto, per osservare la situazione. Il sole stava tramontando alle sue spalle, illuminando una scena grottesca: sull'isola, gli alberi un tempo alti e dritti si erano avizziti di colpo, avevano perso tutte le foglie e avevano cominciato ad intrecciarsi tra di loro. Un contorto groviglio di tronchi e rami spogli, dove i rovi avevano preso a crescere selvaggi. Era almeno la terza volta che incappavano in una simile scena. In tutta Alfheim, cosí dicevano le voci degli esploratori, gli alberi avevano preso a mutare, e strane creature, esseri che non si erano mai visti sotto le chiome degli alberi della sacra foresta, avevano preso ad attaccare le comunitá piú isolate, uccidendo, per lo piú, e a volte addirittura catturando. Di coloro che erano stati presi e portati via fino ad allora, non vi era piú alcuna traccia. Anziani, giovani, infanti, femmine e maschi, non c'era alcuno schema nelle sparizioni. Melpomenia, Cleon e Gowan avevano ricevuto una lettera da Comporellen in persona, erano stati richiamati a Sayshell per investigare, assieme a buona parte dei giovani che, solo pochi anni prima, si erano messi in viaggio in cerca di avventure.
- Perché non Fëaringel? - aveva chiesto l'elfa all'anziano maestro, dopo che il padre e la madre dell' Elfo Nero avevano lasciato la riunione.
- Perché temo per la sua salute. Ció che sta mutando gli alberi di Alfheim é pericoloso e misterioso, e il tuo vecchio amico non é piú lo stesso elfo che partí assieme a voi alla volta d La Soglia, tanto tempo fa. Ci sono corruzione e stregoneria all' opera in Alfheim, e non sono piú tanto certo che Fëaringel ne sia immune, non finché ha quella cupa lama al fianco...
Che ti é successo Fëaringel? Ci avresti fatto comodo in questa missione, questo é certo. Qualunque cosa che riesca a catturare Cleon e... Gowan, non va affrontata da soli, come sto facendo io... stupida che sono.
Avanzó rapidamente per poi buttarsi a terra dietro a una roccia. L'isola non era poi tanto grande, vedeva le acque dall'altra parte in uno dei pochi varchi tra gli alberi contorti. Sono cambiati, tutti, registró rapida la sua mente. Non erano malati, o morti ed avvizziti. Erano vivi, di una vita corrotta e deforme. I fumi che provenivano dal lago stavano gradualmente diventando impossibili da sopportare. Avanzó pancia a terra, trascinandosi su gomiti e ginocchia, la spada nell'incavo dei gomiti, fermandosi spesso ad ascoltare. Non c'é riparo nella foresta. Non esiste che mi appoggi ad uno di questi alberi per nascondermi. Notó una spaccatura nel terreno, a una cinquantina di passi dentro la foresta. L'isola era letteralmente tagliata in due, come dal colpo di una gigantesca ascia, da nord a sud. Le acque limacciose si insinuavano nel fiordo, lambendo l'entrata di una piccola caverna. le tracce andavano proprio in quella direzione. Sempre peggio... arrivo amici, tenete duro!
Melpomenia scattó. Percorse i cinquanta passi come se avesse il diavolo alle costole. Ad ogni passo, sentiva l'ostilitá della foresta crescere, la coscienza degli alberi destarsi, la loro consapevolezza della sua presenza sempre piú acuta. Saltó, ed afferró una radice sporgente all'apice dell'apertura. Vi oscilló attorno per cambiare direzione e si catapultó nella grotta, nelle tenebre. Atterró sui sassi di una spiaggia buia e fredda. I suoi occhi si adeguarono alle tenebre in pochi istanti. Vide subito che l'apertura dava su uno spazio molto piú grande di quanto non fosse possibile indovinare dall' esterno. II pavimento saliva oltre il livello delle acque di quasi un metro, per poi scendere, ripido, in un unica rampa di roccia liscia e scivolosa verso una tenebra cosí fitta che all'elfa basto uno sguardo per capire che non poteva essere naturale. Esploró la parte alta della rampa, in cerca di una serie di appigli per scendere in maniera controllata. Non c'era il tempo per piantare i chiodi ed usare la corda. Che cosa poteva essere in grado di scendere per una superficie del genere? Non fece in tempo a darsi una riposta che perse la presa sulla roccia, iniziando a scivolare, sempre piú veloce. La spada le cadde e prese a scivolare ancora piú rapida. Il pugnale non fece presa nella roccia, e in pochi istanti l'elfa acquisí una velocitá vertiginosa. Entrando a rotta di collo oltre il velo di tenebra che oscurava il fondo della grotta non poté fare a meno di urlare. Nelle tenebre, qualcosa la afferró, interrompendo la sua discesa. Un artiglio freddo e duro come osso le si chiuse intorno al polso, sollevandola da terra. Un suono sepolcrale, come il respiro di un moribondo, le giunse da una bocca nascosta in quel buio stregato. Il tanfo di decomposizione era qui veramente impossibile da sopportare.
- Aaalfhr... - gorgoglió la voce, profonda, possente.
Melpomenia riprese il controllo di sé, il tempo sufficiente per pronunciare un incantesimo. Era appesa per un polso, e completare la magia con una mano sola richiese un enorme sforzo di concentrazione, ma l'incantesimo le riuscí. Avrebbe annullato qualunque magia presente, almeno nelle immediate vicinanze, e almeno avrebbe visto cosa la stava trattenendo. Sentí la resistenza dell'incantesimo nella sua mente, la sentí indebolirsi, fino a venire meno. Le tenebre si levarono, lasciandoli in una caverna avvolta in un buio del tutto normale. La luce che proveniva dall'apertura fu sufficiente per vedere che un essere gigantesco, fatto di legno, la stava per infilare dentro un enorme bocca dai denti scheggiati. É la fine... - pensó - ...ma non me ne andró senza combattere! Provó a dimenarsi, ma senza successo. La sua spada era per terra, almeno tre metri piú in basso, la bocca le si avvicinava sempre di piú. Se solo potessi muovere le mani... Poi qualcosa colpí la creatura, col sordo tonfo di un ariete che si abbatteva sulle porte di una cittá. La presa si allentó. Nello stesso istante, dalla parte opposta della caverna, una luce accecante si sprigionó, ed una voce familiare inizió le prime parole di un incantesimo. Cleon! Qualcosa le passó roteando davanti, spezzando il ramo, un ramo! che la teneva in alto. Mentre cadeva, la stessa cosa che aveva spezzato un ramo le si avvolse intorno, portandola a terra e proteggendola.
- State giú!!! - disse la voce di Cleon. Melpomenia riconobbe le parole che stavano uscendo dalla bocca del suo amico. Si rifugío tra le braccia della creatura che la teneva bloccata a terra e chiuse gli occhi. In quella grotta il boato dell'esplosione causata dalla palla di fuoco fu terrificante, lasciando tutti assordati per un bel pó. Quando aprí gli occhi di nuovo, Gowan la stava guardando preoccupato. L'albero era stato spezzato in due dal colpo, ed il tronco continuava a bruciare, riempiendo la stanza di luce.
- Tutto bene? - le chiese.
- Sì, sì, certo. Tu?
- Un pó scottato sulla schiena, ma non é grave. - C'era in effetti un certo odore di carne bruciata.
Alzandosi in piedi, si riuní a Cleon, al centro della stanza. L'elfo le passó la spada, e la abbracció, grato di vederla sana e salva.
- Temevo di essere arrivata troppo tardi - disse.
- Quasi, Melpomania. Ci é mancato poco - ribatté l'elfo.
- Che é accaduto a voi due? - chiese guardandosi attorno. Contro un muro, erano stati tracciati dei glifi misteriosi con una vernice vegetale. Tra i glifi si vedevano delle tracce di sangue rappreso.
- Difficile dirlo. Stavamo tornando al campo per riferire su quello che avevamo scoperto. Strane bestie, dai copri mutati e distorti, avevano preso ad attaccare delle comunitá elfiche isolate. Come ci aveva detto Comporellen, potevano essere un effetto della nube di cenere successiva all'esplosione. A poche ore dal campo dove ci dovevamo ritrovare, qualcosa é andato storto. Gli alberi erano proprio come quelli di quest'isola, contorti, mutati. Credimi, questa cosa sta succedendo ovunque, come le sparizioni. Non sono fenomeni isolati... Poi qualcosa ha colpito sia me che Gowan. Un incantesimo, suppongo. Siamo andati giú come due tronchi di legno, completamente immobilizzati. Qualcosa si é avvicinato a noi e ci ha messo un cappuccio sulla testa. Siamo stati sollevati di peso e messi sul dorso di qualcosa di grosso, molto grosso, e... peloso. Credo. Non riesco a capire come si muovesse, non sentivo né il rumore di zampe, né di zoccoli, né di stivali. Nulla di nulla salvo un vago ticchettare. Siamo arrivati al lago, e a un certo punto mi sono accorto che stavamo scendendo, giù nelle profonditá di una grotta. Ho sentito distintamente la presenza della magia nera, come nella foresta, e come quando siamo stati paralizzati, solo che qui era, anzi é, ancora piú forte. Non si vedeva a un palmo dal naso e non c'era nulla che potessimo fare. Qualunque cosa ci abbia trasportati, se ne é andata, lasciando me per terra e Gowan... beh, evidentemente legato a una catena... -
Il ragazzo aveva in effetti una polsiera di ferro, attaccata ad una catena. La base della catena, che Gowan aveva strappato dal muro come fosse spago, era proprio vicino ai glifi.
- Beh, non so cosa fosse, né cosa volesse da noi, ma potrebbe tornare da un momento all' altro. Probabilmente con altri del suo genere...
- E l'albero?
- Una creatura stregata, un uomo-albero, normalmente una creatura amica degli elfi, corrotto da qualche stregoneria. Deve essere restato qui a fare la guardia. Non appena hai interrotto la paralisi, Gowan si é liberato, ed io ho attaccato.
- Che si fa adesso?
- Si torna di corsa da Comporellen, e si riferisce, ma non prima di aver copiato questi glifi.
- Ti do una mano...
"Vieni, è da questa parte...è arrivato qui stamattina, ma non si lascia avvicinare. Ho provato a prenderlo, ma ogni volta si alza in volo, fa un giro, e poi ritorna sulla terrazza...ci ho rinunciato."
La maga del Sud sembrava piuttosto stupita. Non era la prima volta che in quella casa arrivava una lettera portata da un piccione addestrato, anzi, spesso il monastero si serviva di uccelli per consegnare messaggi urgenti, e loro stessi ne tenevano uno in una piccola gabbia sul retro. Questo, però, era di una razza totalmente diversa, e aveva l'aria di essere più di un semplice uccello addestrato, nonostante non irradiasse nessuna aura magica. Oltre tutto, sembrava stesse semplicemente aspettando qualcosa, posato all'ombra della tettoia e guardandosi intorno senza particolare attenzione.
Con un movimento lento, Hierax si avvicinò all'animale. Sapeva che, se fosse riuscito ad avvicinarsi a due passi di distanza, avrebbe avuto ottime probabilità di afferrarlo comunque, anche se avesse cercato di volare via. Guardandolo bene però, da vicino, si accorse di un particolare che era sfuggito alla sua compagna. L'uccello era una specie di corvo (nonostante avesse la testa un pochino troppo rotonda rispetto ai corvi comuni), ed era sostanzialmente tutto nero, fatto salvo per un segno sulla testa, di un verde particolare. Un verde conosciuto. Soprattutto insieme al nero.
Con lo sguardo a metà tra la tensione e il sorriso, Hierax rilassò la schiena e si mosse con assoluta calma verso l'uccello che, proprio come si aspettava, non si mosse. Delicatamente, sciolse il laccio che teneva il messaggio sulla zampa sinistra del corvo, e lo aprì.
Pur senza farne parola, da tempo ormai aspettava questo momento. Non che lo volesse particolarmente, nè che lo temesse, semplicemente sapeva che sarebbe arrivato, come un'onda dopo il passaggio di una barca. Ormai era passato molto tempo da quando era tornato a Lhynn. Dopo tutto quello che era successo, non aveva avuto dubbi su dove andare. Aveva vissuto per due settimane da Leander, e poi era tornato a Sud, nel Malin, a Khalpen, arrivando di notte, e restando in silenzio assoluto a meditare per tre giorni. Selwyn aveva capito, e aveva fatto capire agli altri monaci di lasciarlo in pace finchè lui stesso non avesse aperto bocca. Dopo tre giorni e tre notti, al tramonto, si era presentato dal maestro, e avevano parlato fino a notte fonda. Dal mattino successivo, aveva ripreso a stare al monastero, almeno finchè non lo aveva raggiunto la maga di Minrothad; poi erano andati a vivere in una casa di pietra a poche miglia da Khalpen, sulla strada costiera che attraversava il Malin da Nord a Sud. Di giorno, addestrava i giovani monaci all'uso della spada, e inoltre li incontrava nel cortile chiuso per parlar loro del mondo occidentale. Di notte poi, ritornava alla casa di pietra, dove lo aspettava la maga, entrambi alla ricerca di pace e tranquillità, ed entrambi consapevoli che quella tranquillità era solo un giorno di sole tra due giorni di vento e pioggia...
Eccola di nuovo, la pioggia. Ed il vento. Il temporale. Il primo fulmine. In lontananza, tanto che non si sentiva neanche il rumore del tuono. Non ancora. Ma entrambi sapevano che stava arrivando, e che avrebbero atteso ancora chissà quanto prima del prossimo giorno di sole. Eppure, non erano preoccupati.
Hierax chiuse gli occhi, e i suoi pensieri vagarono sui suoi amici e compagni. Pur senza dirlo esplicitamente, tutti e quattro avevano deciso di stare un po' lontani, almeno per qualche tempo. E lui, che era andato più lontano di tutti, non ne aveva notizie da allora. Ma sapeva che stavano bene, e li avrebbe rivisti molto presto.
Lesse il messaggio velocemente, poi se lo mise in tasca. Diede una lieve pacca al corvo, che si alzò in volo verso Ovest. Nessun messaggio di risposta, ovviamente. Non ce n'era alcun bisogno.
Si volse verso la maga con sguardo serio. Lei aveva già capito tutto dal suo sguardo quando aveva aperto il messaggio. Nessuno dei due disse una sola parola. Lui le prese la mano, stringendola tra le sue. Lei si avvicinò, appoggiando il suo corpo dolcemente su di lui, sfiorando la sua spalla col viso. Rimasero così per un tempo che sembrava non poter finire mai. Poi lei fece un passo indietro, volgendo lo sguardo verso il cielo a occidente, la luce rossa del tramonto sopra il mare agitato, mentre Hierax entrava in casa, aprendo il baule dove conservava le sue cose, e mettendo insieme poche cose per il suo viaggio (amava viaggiare leggero) e srotolando il telo con cui aveva avvolto spada e fodero. Mandò poi un messaggio al monastero col piccione viaggiatore, per avvisare Selwyn.
All'alba, sarebbe partito.
